Lo spettacolo stabilisce una relazione tra Adamo padre dell’umanità e Amleto, eroe del teatro elisabettiano: il primo come archetipo umano della civiltà del tramonto, il secondo, in quanto maschera-simbolo del teatro borghese. Come si può affrontare il tramonto? Come si può rispondere alla decadenza? Come si può sopravvivere all’ “essere Amleto”? Il sipario si apre… il velo di Maya occulta il paesaggio edenico dove pian piano si illuminano gli elementi naturali, i paesaggi, gli animali e infine Adamo, che, cogliendo la mela dall’albero della conoscenza del bene e del male, si consegna alla storia come tentazione, alla nascita della civiltà occidentale. L’atto di cogliere la mela costituisce il simbolo della caduta umana nel mondo di morte e decadenza. La mela, tra le mani di Adamo, è il teschio di Amleto, simbolo del presagio funereo che sta all’origine della storia dell’uomo. L’intera vicenda di Amleto e della sua corte si svolgeranno sullo schermo, occultando l’Eden iniziale. Il cinema assume il significato di luogo dove l’illusione e il bisogno di altrove vengono realizzate, un altrove che mortifica il presente, che mortifica la vita. Useremo le immagini per farla finita con le immagini stesse e per restituire al teatro la preminenza di Arte del Presente, Arte della Vita. Il nostro Adamo dopo l’esperienza mondana come principe di Danimarca deciderà di non essere più Amleto, feticcio teatrale della negatività, ma un uomo rinnovato che ripone la mela sull’albero della vita per donarsi l’eden come scena in cui abitare: profeta dell’affermazione, profeta del nostro teatro. Ecce Nostradamus.


SCRITTO DA Andrea Carvelli CON Anna Favella, Fabio Morgan e L.Ferrari Carissimi SOUND DESIGN Marco Scattolini SOPRANO Genny Bramato SCENE-COSTUMI Alessandra Muschella ORGANIZZAZIONE Katia Caselli

Realizzato con un Mac

Sito realizzato da Mistermac©

Rassegna Stampa


maggio 11, 2009 - lunedì 


da Il Messaggero

Categoria: Arte e fotografia


di GIULIANO MALATESTA

Dare una nuova immagine, giovane e dinamica, alla Sala Orfeo, storico spazio capitolino al teatro dell’Orologio, attraverso un percorso drammaturgico che porti a considerare il teatro «non più uno spettacolo ma una filosofia applicata nella quale l’unico momento spettacolare è lasciato al cedimento della soggettività, alla tentazione della vanità identitaria e, naturalmente, alla storia». È questo l’originale sfida lanciata da Leonardo Ferrari Carissimi e Fabio Morgan, i due nuovi direttori della sala teatrale romana, che hanno da poco debuttato con la loro prima creatura, Being Hamlet. La Genesi, uno dei più grandi successi del teatro elisabettiano di tutti i tempi, qui rivisitato in chiave moderna grazie a una rilettura drammaturgica che spinge a riflettere anche su tematiche tipicamente contemporanee. 
Scritto da Andrea Carvelli e interpretato da Anna Favella, Fabio Morgan e Leonardo Ferrari Carissimi, lo spettacolo propone una relazione ardita tra Adamo, padre dell’umanità, e Amleto, eroe del teatro elisabettiano: il primo come archetipo umano della civiltà del tramonto, il secondo, in quanto maschera-simbolo del teatro borghese. «Il nostro Amleto - spiegano in proposito i nuovi direttori artistici della sala Orfeo - è svestito dei suoi panni, guarito dall’“amletite”, è il primo uomo che si sottrae come identità per restituirsi come pura soggettività al teatro dell’affermazione vitale. Amleto come Adamo scopre, apre, fonda, la genesi teatrale; è il principio, quindi il motore immobile di una nuova cosmogonia».

maggio 5, 2009 - martedì 


da Corriere di Roma

Categoria: Arte e fotografia


AMLETO RINASCE AL TEATRO DELL'OROLOGIO


Dal 5 al 17 Maggio al teatro dell’orologio va in scena “Being Hamlet – La Genesi”, surreale e psichedelica reinterpretazione dell’Amleto proposta dai giovani registi Leonardo Ferrari Carissimi e Fabio Morgan.


ROMA - A seguito del debutto in Germania, avvenuto nel novembre 2008, del lavoro “Being Hamlet”, i due direttori artistici della sala Orfeo del Teatro dell’Orologio di Roma, decidono di portare il loro originale spettacolo anche sul noto palco di via dei filippini. All’interno del vasto e spinoso panorama del teatro di ricerca contemporaneo, Leonardo Ferrari Carissimi e Fabio Morgan, propongono un interessante e consigliato azzardo esegetico di quella che resta sicuramente una delle più grandi e più abusate opere del teatro elisabettiano. Amleto, che compare come alter ego di Adamo, raffigura nel testo la natura dell’uomo, una natura spensierata e allo stesso tempo profondamente inquietante. L’inevitabile istinto verso la consapevole autodistruzione, che spinge il primo uomo della Terra a cogliere il frutto proibito, è paragonata ora all’istinto dello spettatore, che conscio del terrificante intreccio dell’opera shakespeariana, la cerca senza freni, e ne è affascinato. Being Hamlet è uno spettacolo urlato, uno spettacolo assordante, che si è tolto da dosso la disillusione borghese e mostra ora la sua carne viva. Nulla di irreale viene raffigurato nell’opera; il sentimento di vendetta di Amleto, il quale è oramai spogliato di ogni sua maschera e reso razionalmente asettico, viene tradotto con l’estrema brutalità delle zone più remote e perverse della psiche umana. Perverse, ma non sinistre, orribili, ma familiari. Cosa spinge l’uomo a cadere nella decadenza? Forse la decadenza stessa? Il contatto con l’inconscio destabilizza, e porta a rifugiarsi nella totale e spaventosa irrazionalità di un gesto. Ofelia è l’assenza di comunicabilità che si raggiunge in questo stadio. La follia spaventa perché risiede in ognuno di noi, e il confine leggero lo traccia un velo bianco, una tela trasparente, dove viene proiettato l’orrore della gestazione amletica, e attraverso il quale s’intravvede il teatro, il palcoscenico, raffigurato come un ovattato Eden sintetico. La forma dialogica è surrogata, alle domande dei personaggi, poste con voce distorta e priva d’intonazione, Amleto risponde sottoforma di stringa sullo schermo. L’atmosfera è surreale. Vi è un uso smodato della video-proiezione, che sovrasta totalmente la scena e struttura l’intero spettacolo scandendo i minuti, che lo spettatore conta col cuore in gola. Non c’è niente da fare, l’opera disturba, è una critica, un affronto, un invito a fuggire dalla sala, a fuggire dai lati più scuri della propria mente. Ma se anche si può fuggire da un teatro, non si può di certo fuggire da se stessi, e si finisce così per riammalarsi, per ritornare ad Amleto e a quell’amletite dalla quale Being Hamlet prova a guarire.

 

Alleghiamo l’intervista fatta a Leonardo Ferrari Carissimi e Fabio Morgan:

 

- Nello spettacolo è preponderante l'uso della video-proiezione. Che significato ha la vostra scelta?

 

Abbiamo scelto di utilizzare le immagine un po’ per farla finita con le immagini o, in qualche maniera, con le immagini che imperversano la scena contemporanea. Sia io che Fabio siamo due grandi appassionati di cinema: passiamo intere nottate a divorare opere dei più svariati cineasti, ma questo ha veramente poco a che fare con Being Hamlet. Il punto è che per quanto ci riguarda, per quanto riguarda la poetica del nostro CKteatro, l'utilizzo della proiezione luminosa non è altro che uno svilimento strutturale della performatività della vita. A teatro si paga il biglietto per sentire l'aria scossa dai movimenti scenici, dalle vibrazioni vocali, non per illudersi dell'eterno ritorno dell'uguale. Mi spiego: il teatro è morto per mano del Teatro con la T maiuscola che utilizza sistemi comunicativi del primo novecento. La risposta delle giovani leve a questa inattualità comunicativa è l'utilizzo delle immagini, pensate come un nuovo modello comunicativamente più efficace, ma la medicina così somministrata al teatro non è curativa bensì distruttiva. Il ragionamento in questo modo non funziona: è come se volessi risollevare la pittura astratta con il baseball! I videomaker del nuovo teatro, a mio modesto parere, danno il colpo di grazia all'arte morente per sua stessa mano. Ora, se poi mi chiedi di rispondere alla domanda: il teatro è morto? Io ti rispondo a gran voce: assolutamente no! Ci siamo noi! Un teatro della forma pura più comprensibile di quello di narrazione per il semplice fatto che parla con forme di comunicazione primordiali e non verbali.


- Potreste dare una definizione dell’ "amletite" di cui soffre il vostro personaggio?


L'amletite è quella malattia decadente che fa credere alla gente che amleto tratti temi realmente attuali quando l'unica cosa veramente attuale che lo riguarda è la giubba: a Tokio ci vanno matti!

 

- Che messaggio volete far passare con questo spettacolo?


Quello della vitalità affermativa, del superamento dei vecchi modelli di decadenza e della sacra e caotica consegna al mondo della vita, del presente, del sì.

  

Gianpaolo Marcucci


maggio 5, 2009 - martedì 


da TG Facebook

Categoria: Arte e fotografia


BEING HAMLET – la Genesi


Ovvero essere il non essere


Recarsi a una prima teatrale come semplice spettatore un po’ equivale ad assistere a un parto di un figlio non nostro; ma l’evento in sé ci rende comunque partecipi di quel magico momento che è la nascita e, nel caso dell’arte,


la creazione. Allora forse non c’è paradosso più intrigante che trattare attraverso la creazione artistica proprio il suo più diretto parallelo, ovvero la genesi. L’impresa diviene ancor più ambiziosa (e pericolosa) se lo spunto narrativo è affidato a quelli che sono i tormenti esistenziali di Amleto.


Insomma un opera non per tutti, lontana dal grande pubblico e vicina a chi accoglie delle proposte alternative con una certa audacia e serena curiosità. Tanta carne al fuoco, non c’è dubbio. Del resto il teatro è il mezzo artistico più accessibile per la sperimentazione e, proprio per questo, più facile preda di attori e registi dalle buone intenzioni ma dal mediocre talento. Sfiorare poi soltanto quel classico dei classici che è l’Amleto di Shakespeare porta lo spettatore esigente (o rompiscatole) ad avere in partenza un atteggiamento criticamente bellicoso o rassegnato. Ma la cornice dell’antico rione romano Ponte, tra piazza Navona e ponte Sant’Angelo, dove si trova il Teatro dell’Orologio, ci rasserena però l’animo ancor prima di prendere posto.


Le tenebre calano in sala, il sipario si apre, ma le tenebre non voglio scomparire. Una sorgente luminosa colpisce una tela trasparente, come se ciò che abbiamo di fronte ai nostri occhi fosse una filmato proiettato in alta risoluzione. Osserviamo un suggestivo giardino dell’eden con una figura umana immobile, seduta sul manto erboso con mesto atteggiamento riflessivo. L’immagine prende sempre più corpo, più vitalità coloristica mentre le parole di una voce registrata preludono all’azione. Dopo un po’ ci rendiamo conto che tutto ciò non è frutto di un proiettore ma di una mirabile rappresentazione scenica da vero, scandita da un gioco di illuminazione che simula il passaggio del sole nell’arco di una giornata e filtrato( e mediato) da una tela appunto che cristallizza il momento, la suggestione, il preludio al peccato originale.

E’ solo un esempio di come questa giovane compagnia abbia saputo attrarre l’attenzione su di sé già dai primissimi istanti. Ma la genesi amletica si evolverà in seguito con dei filmati magistralmente diretti, annullando superficialmente la classica fruizione teatrale dal vero, che in realtà viene trasmigrata simbolicamente sull’inquadratura fissa che ci infonde una “illusione teatrale”. Attraverso i sette giorni della genesi ecco che si manifesta la decadenza, o meglio, la corruzione umana. Le parole di Amleto sono enunciate indirettamente in forma didascalica, sottotitolata mentre l’orrore si compie di fronte ai suoi occhi e dentro la sua mente. Più orrore lui riconosce e più forte sarà la sua volontà a negarsi come uomo, come amante e come nobile(borghese). L’omicidio del padre perpetuata dal fratello per usurpargli il trono viene riprodotto enigmaticamente da una figura ignobile su sedia a rotelle(trono di viltà) che infierisce sulla carcassa della vittima incurante del fatto che esso sia privo di vita perchè la sua cupidigia e la sua ambizione è insaziabile. Ofelia,


la donna di Amleto, è una figura in abiti sadomaso che infierisce sulle sue immacolate vesti ormai stipate in un armadio, quasi a dannarsi della sua fedeltà e della sua stessa innocenza strappata via da colui che per salvarla le dona invece disperazione assoluta.


Viene ora quasi logico osservare Amleto non trattenere più tra le sue mani un teschio ma piuttosto vederlo tendere strisciando di nuovo verso la mela rubata, seme primordiale di corruzione, affinché tutto possa invece tornare indietro. Affinchè l’atto non venga compiuto, affinché l’uomo non abbia desiderio, affinché Amleto non fosse mai nato. Il reale è la realtà scenica teatrale in cui Amleto compie il peccato e i continui filmati sono il piano onirico in cui il principe danese prefigura la sua corruzione e la sua decadenza; ma potremmo anche dire l’opposto. Del resto l’uomo ama razionalizzare, creare una causa scatenate, un inizio che spieghi l’origina della sua natura, della sua stessa genesi.

 

Paolo Novelli



maggio 5, 2009 - martedì 


da Teatro.org

Categoria: Arte e fotografia


Being Hamlet -la genesi- Recensione di Luisa Monnet


LE RECENSIONI


La recensione di Luisa Monnet


Amleto e Adamo, Principio e Origine, Teatro e Vita. Concetti e parole che cambiano il volto di uno spettacolo; nella personalissima concezione del CK (Colossal Kitch) Teatro, diretto da Leonardo Ferrari Carissimi e Fabio Morgan, a uscire sconvolta e trasformata è soprattutto la concezione del teatro stesso, inteso come costruzione del personaggio e lavoro d’attore.
Quello che accoglie lo spettatore penetrato nella sala Orfeo non ha più nulla di uno spettacolo classicamente concepito. Il palco, lo spazio fisico in cui solitamente si muove il corpo concreto di uno o più attori, viene completamente svincolato dal suo contesto e dalla sua identità. Se all’inizio una sorta di Eden naturale, con albero della vita e relativa Mela, sotto cui siede pensoso un Amleto con tanto di originale abito elisabettiano, può indurci a pensare a un’innovativa ma tutto sommato inquadrabile versione del principe di Danimarca, quanto segue trascina il pubblico in ben altra dimensione e contesto.
Il velo (di Maya) diventa una quarta parete tridimensionale, trasformandosi in schermo e cancellando completamente scenografia e attore. Lo spettacolo vero inizia da lì e viene interamente filmato, raccontato e doformato da un microfono e da voci alterate. Amleto come personaggio teatrale viene metamorfosato in archetipo visivo e la sua storia, i suoi personaggi, la sua significazione come eroe elisabettiano viene rimessa in discussione, letteralmente smembrata in immagini, parole, visioni oniriche che passano sullo schermo senza soluzione di continuità.
È un teatro che richiama alla filosofia, alla speculazione e alla ricerca estrema, al punto da sacrificare la propria stessa natura di finzione. Lo schermo diventa una finestra mediatica attraverso cui si muovono gli attori che impersonano Amleto, Gertrude e Ofelia, non più nelle loro vesti fisiche, ma come immagini, marionette, simboli, incubi in cui avvengono strani riti, dove la congiura di re Claudio, la colpa della regina madre, la tristezza già un po’ folle di un’amante rifiutata sembrano veramente porzioni di una “favola raccontata da un idiota”, come un sogno lucido da sognare da svegli. Cessate le frasi shakespeariane che, come pallidi spettri dalla sottile metrica, hanno accompagnato il viaggio onirico e cinematografico di un personaggio teatrale, Amleto torna solo e in carne ed ossa per affrontare un ultima volta il pubblico e dire “sì, sono guarito. Guarito da una lunga malattia chiamata Amleto”.
L’operazione di ricerca del CK (Colossal kitsch) Teatro si ferma qui, per questa volta: il suo binomio di registi conferma con questo lavoro il tentativo e l’ispirazione di un’idea e di un volto nuovo per il teatro, che porti il messaggio e la dimensione dei personaggi teatrali fuori dal loro territorio per farne veri e propri simboli universali, passando da ogni possibile linguaggio conosciuto. Fino al prossimo passo evolutivo.